Note 2 . La mente e i sensi.

(1).  L'Universit di Padova, proprio grazie all'opera di  Vesalio,
pu  essere  considerata la culla dell'anatomia moderna.  Dal  1595
sar  dotata del primo "teatro anatomico" in Europa, realizzato  su
progetto di Gerolamo Fabrici d'Acquapendente. In quel "teatro",  di
cui  riproduciamo  il  disegno del progetto, apparso  in  Gymnasium
Patavinum   di   J.  Ph.  Tomasini  (Udine,  1654),     ambientata
un'importante scena del film Galileo di Liliana Cavani (1968).  (Il
disegno ha la forma un cilindro al cui interno sono sovrapposte sei
logge  circolari  ad  anfiteatro; al centro  un  tavolo  su  cui  
raffigurata una figura umana sdraiata).

(2).  "Coloro  che  hanno scrutato prima di noi la  costruzione  di
questo  mondo e la natura delle cose in esso contenute, sembra  che
abbiano indagato a lungo e faticosamente, senza pervenire per altro
a  far  luce sufficiente. Che cosa, d'altronde, potrebbe indurci  a
pensare  che queste cose si siano chiarite a uomini i cui  discorsi
contrastano  gli  uni  con gli altri e con  le  cose  stesse?"  (B.
Telesio, De rerum natura iuxta propria principia, primo).

(3).  "E  cos, osando gareggiare in sapienza con Dio nella ricerca
con  la  sola  ragione  dei princpi e delle  cause  del  mondo,  e
pretendendo  di  inventare le cose che non  riuscivano  a  trovare,
immaginarono il mondo a loro arbitrio. Cos attribuirono ai  corpi,
dei  quali  sembra  esser fatto il mondo, non  la  grandezza  e  la
posizione  che mostrano di avere, n la capacit e le  forze  delle
quali  appaiono forniti, ma piuttosto quei caratteri presunti dalla
loro ragione" (ibidem).

(4).  "Il  mio  lavoro - scrive Telesio - non ha in s  "niente  di
divino,  niente  degno  di  essere ammirato  e  nemmeno  niente  di
particolarmente profondo" (nihil divinum, nihil admiratione dignum,
nihil  etiam  valide  acutum)".  Confronta  E.  Garin,  L'umanesimo
italiano, citato, pagina 220.

(5).  Si  pensi all'unit di misura per eccellenza, il  metro:  per
garantire l'inalterabilit del "metro campione" si  utilizzata una
barra di platino-iridio. Il campione  conservato presso l'Archivio
Internazionale di Svres, vicino a Parigi.

(6).  "Perpetuo sibi ipsi concors, idem semper et eodem agit  modo,
atque  idem  semper  operatur".  Confronta  E.  Garin,  L'umanesimo
italiano, citato, pagina 221.

(7). De rerum natura iuxta propria principia.

(8). Tutto  costituito da tre elementi: la materia e due forze, il
caldo  e  il  freddo.  Questi elementi, anche  se  pensabili  l'uno
distinto  dall'altro, sono inseparabili tra loro  e  sono  presenti
anche  nelle pi piccole particelle. Le due forze, in quanto  tali,
sono  realt  agenti,  cio in grado di trasformare  e  muovere  la
materia.  L'azione delle due forze, secondo un modello che  ricorda
la  filosofia  presocratica, nasce dal loro  conflitto.  Per  poter
lottare,  le  due  forze  devono essere  in  grado  di  sentirsi  e
riconoscersi.

(9).  "Ma non perch a nessuna delle altre cose sia dato gli organi
e gli strumenti, con li quali apparisce che gli animali sentino, si
debbe dire che solamente gli animali sieno dotati della facult del
sentire,  e  che gli altri enti ne sieno del tutto privati.  Perch
non  apparisce  [...] che li strumenti sensorii  dieno  facolt  di
operare  o di sentire, o facilit all'anima che sente, ma solamente
fanno questo, cio introducon l'azione delle cose sensibili [...]".
Gli  esseri inorganici "non hanno bisogno n di forami n di  meati
[...],  ma  essendo  similari e veramente uno,    necessario  che,
patendo  egualmente, sentino cos nelle parti esteriori come  nelle
interiori  e intrinseche" (De rerum natura iuxta propria principia,
primo, 34-35).

(10).  "Se  le  nature conservare si deono   di  bisogno  che  non
solamente  fusse  loro  impresso un sommo  appetito  della  propria
conservazione,  e un sommo odio della propria distruzione,  ma  una
forza  ancora  di  conoscere  le  proporzionate  e  le  simili,  le
contrarie  e le dissimili. Perch invano appetiranno di conservarsi
e osterranno di corrompersi, se non conosceranno quelle dalle quali
sien conservate, e quelle dalle quali sieno offese" (ibidem).

(11).  Nel  1530 fece circolare un estratto delle sue  teorie  e  i
risultati  degli  studi compiuti tra il 1507 e il 1514  dal  titolo
Nicolai   Copernici  de  hypothesibus  motuum   coelestium   a   se
constitutis commentariolus ("Abbozzo sommario, ad opera di  Niccol
Copernico,  delle ipotesi da lui formulate sui movimenti celesti").
Questo lavoro, rimasto manoscritto fino al 1878, viene indicato, in
forma abbreviata, come Commentariolus.

(12). Rivolgendosi, nella Dedica del suo De rivolutionibus, al papa
Paolo  terzo Farnese, scrive: "Desiderer sapere da me come mi  sia
venuto  in  mente di andare contro l'opinione ormai  stabilita  dei
matematici,  e  quasi  contro lo stesso senso  comune,  immaginando
qualche movimento della Terra" (N. Copernico, Opere, a cura  di  F.
Barone, UTET, Torino, 1979, pagina 171).

(13). L'orbita della Luna ha come centro la Terra.

(14). Confronta Nicolai Copernici de hypothesibus motuum coelestium
a  se  constitutis commentariolus, in N. Copernico, Opere,  citato,
pagine 109-110.

(15).  De rivolutionibus, primo, 5, in N. Copernico, Opere, citato,
pagina 190.

(16).  "Se,  ammettendo  che  il cielo  non  ha  niente  di  questo
movimento,  ma  che invece  la Terra che si muove da  occidente  a
oriente,  si esaminasse poi seriamente ci che accade in  relazione
al  levarsi  e al tramontare apparente del Sole, della Luna,  delle
stelle, si troverebbe che succede proprio in questo modo. E  poich
il cielo contiene e cela in s ogni cosa,  cio il luogo comune di
tutto,  non  appare  subito chiaro perch il  movimento  non  debba
essere attribuito al contenuto invece che al contenente, a ci  cui
  dato  il  luogo (locato), invece che a ci che lo d  (locante)"
(ivi, pagine 190-191).

(17).  Quando,  quasi tre secoli dopo Copernico, Immanuel  Kant  si
accinge ad operare un rinnovamento radicale nel campo delle  teorie
della  conoscenza, parla di s come dell'autore di una "rivoluzione
copernicana" (vedi capitolo Tredici, 1, pagine 354-355).

(18).  "La  prima  e la pi alta di tutte  la sfera  delle  stelle
fisse  che contiene s stessa e ogni cosa, e che perci  immobile:
certamente    il  luogo  dell'universo a  cui  si  riferiscono  il
movimento e la posizione di tutti gli astri. [...] Segue, primo dei
pianeti, Saturno che compie il suo circuito in trent'anni. Dopo  di
questo  Giove, che compie il suo circuito in dodici anni.  A  Giove
viene  dietro Marte, che ruota completamente in due anni. Il quarto
posto    occupato dalla rivoluzione annuale [della sfera]  in  cui
abbiamo  detto che  contenuta la Terra con l'orbe lunare  come  se
fosse  un  epiciclo. Al quinto posto Venere, che ritorna ogni  nove
mesi.  Infine,  il  sesto posto  occupato da Mercurio,  che  corre
attorno  in  ottanta  giorni. In mezzo a  tutti  sta  il  Sole.  In
effetti,  chi,  in  questo  tempio bellissimo,  potrebbe  collocare
questa  lampada  in un luogo diverso o migliore di  quello  da  cui
possa  illuminare tutto quanto insieme? Per questo,  non  a  torto,
alcuni  lo  chiamano lucerna del mondo, altri mente,  altri  guida.
Trismegisto  [lo  chiama]  Dio  visibile;  l'Elettra  di   Sofocle,
l'onniveggente. Cos, certamente, il Sole, come su un trono regale,
governa la famiglia degli astri che gli sta intorno. Anche la Terra
non  sar affatto privata del servigio lunare; come dice Aristotele
nel  De  Animalibus,  Terra e Luna sono strette  dalla  pi  intima
parentela. Inoltre la Terra concepisce con il Sole e si ingravida e
partorisce ogni anno.
Troviamo dunque in questa disposizione una ammirevole simmetria del
mondo  e  un  rapporto armonico preciso tra movimento  e  grandezza
delle  sfere, quale non  possibile rinvenire in altro modo.  [...]
Che  ci  sia una grandissima distanza tra il pi alto dei  pianeti,
cio Saturno, e la sfera delle stelle fisse,  indicato chiaramente
dallo scintillio delle loro luci. E' proprio per questo indizio che
esse  si distinguono moltissimo dai pianeti, poich tra ci  che  
mosso  e  ci che non lo , era necessario che ci fosse una  grande
differenza.  Tanto  divina    per certo  questa  architettura  del
massimo ed ottimo [artefice]" (De rivolutionibus, primo, 10, in  N.
Copernico, Opere, citato, pagine 211-214).

(19).  N.  Copernico, De rivolutionibus, Dedica, in  N.  Copernico,
Opere, citato, pagine 173-174.

(20). F. Barone, Introduzione a N. Copernico, Opere, citato, pagina
72.

(21).   In   Francia  aveva  pubblicato  le  sue  prime  opere   di
mnemotecnica (tecnica della memoria) e la commedia Il candelaio.

(22).  Il titolo deriva dall'uso di celebrare con una cena l'inizio
della  Quaresima (mercoled delle Ceneri). I dialoghi si  sarebbero
svolti la sera di mercoled.

(23).  Nola,  presso Napoli,  la citt natale di  Giordano  Bruno.
Nella  lettera  di  dedica (Proemiale epistola)  della  Cena  delle
Ceneri  al  signor  di  Mauvissier,  ambasciatore  di  Francia   in
Inghilterra,  Bruno espone in maniera sintetica  il  contenuto  dei
cinque  dialoghi  che  costituiscono l'opera; parlando  del  primo,
scrive  che, tra l'altro, vi si mostra "di quante lodi  sia  capace
[meritevole]  il Copernico" e quali siano "li frutti de  la  nolana
filosofia,  con  la  differenza tra questo  e  gli  altri  modi  di
filosofare".  Per le citazioni dalla Cena delle Ceneri  utilizziamo
la  ristampa anastatica dell'edizione Daelli, Milano, 1864 (Arnaldo
Forni  editore,  Sala  Bolognese,  1986),  in  cui  i  passi  sopra
riportati sono a pagina 7.

(24).  G.  Bruno, Cena delle Ceneri, citato, dialogo primo,  pagina
21.

(25). Confronta ibidem.

(26). Confronta ivi, pagine 21-22.

(27). Confronta ivi, pagina 31.

(28). Confronta ivi, pagine 30-31.

(29).  "Ma  tutto  il  sistema ha ancora il carattere  del  sistema
chiuso:  la sfera delle stelle fisse rimane ancora come limite  del
mondo.  Ormai,  stato detto,  una sopravvivenza psicologica"  (F.
Papi,  Introduzione a G. Bruno, Infinit della natura e significato
della civilt, La Nuova Italia, Firenze, 1971, pagina undicesimo).

(30). Vedi capitolo Uno, nota 40.

(31).  Si  pensi  ai  paradossi di Zenone, in cui  la  divisibilit
all'infinito pensata in termini matematici  attribuita alla realt
fisica. Vedi volume primo, capitoloDue, 3, pagine 32-34.

(32).  A.  Koyr,  Dal  mondo  del pressappoco  all'universo  della
precisione,  Einaudi,  Torino, 1967 7, pagina  91.  La  lettura  di
questo  brevissimo  saggio  pu essere molto  utile  per  capire  i
meccanismi  della nascita della scienza moderna. A proposito  della
funzione dell'arte, Koyr aggiunge, in nota: "Non c' nulla di  pi
preciso  del disegno del capitello, della base o del garbo [sagoma]
di  una  colonna greca: non c' nulla di meglio calcolato - n  con
maggior raffinatezza - delle loro rispettive distanze. Ma   l'arte
che le impone alla natura".

(33). G. Bruno, Cabala del cavallo pegaseo, dialogo secondo, a cura
di N. Badaloni, Sellerio, Palermo, 1992, pagine 111-112.

(34).   Confronta  G.  Bruno,  De  la  causa,  principio,  et   Uno
(Principato, Milano, 1923, pagina 166).

(35).  Qoelet,  primo,  9.  Il Libro di Qoelet    pi  noto  nelle
traduzioni in lingue occidentali con il titolo di Ecclesiaste.

(36). Confronta E. Garin, L'umanesimo italiano, citato, pagina 233.

(37).  "E su questo concetto torn senza posa, nei dialoghi  De  la
causa, nel Sigillus sigillorum, nelle risposte, eloquenti, ai  suoi
giudici" (E. Garin, L'umanesimo italiano, citato, pagina 233).

(38). Confronta ibidem.

(39).  "Lo universo [...]  ancor esso tutto quello che pu essere,
per le medesime specie e membri principali e continenza di tutta la
materia, alla quale non si aggionge e dalla quale non si manca,  di
tutta e unica forma; ma non gi  tutto quel che pu essere per  le
medesime  differenze, modi, propriet e individui. [...] oltre  che
in  quel modo specifico che abbiamo detto, l'universo  tutto  quel
che  pu essere, secondo un modo esplicato, disperso, distinto.  Il
principio  suo   unitamente e indifferentemente,  perch  tutto  
tutto   e  il  medesimo  semplicissimamente,  senza  differenza   e
distinzione" (De la causa, principio, et Uno, in G. Bruno, Infinit
della  natura  e  significato della civilt, a  cura  di  F.  Papi,
citato, pagine 47-48).

(40). Confronta ivi, pagine 52-53.

(41). Confronta ivi, pagina 31.

(42).  "Dunque,  l'individuo  non    differente  dal  dividuo,  il
simplicissimo  dall'infinito, il centro da la circonferenza.  [...]
Se   il   punto  non  differisce  dal  corpo,  il  centro   da   la
circonferenza,  il  finito da l'infinito, il  massimo  dal  minimo,
sicuramente possiamo affermare che l'universo  tutto centro, o che
il centro de l'universo  per tutto,  in tutto [...]. E cos non 
stato  vanamente detto che Giove empie tutte le cose, inabita tutte
le  parti  dell'universo,  centro de ci che ha l'essere,  Uno  in
tutto  e  per  cui uno  tutto. Il quale essendo tutte  le  cose  e
comprendendo tutto l'Essere in s, viene a fare che ogni  cosa  sia
in  ogni  cosa"  (De  la causa, principio, et  Uno,  in  G.  Bruno,
Infinit  della natura e significato della civilt, a  cura  di  F.
Papi, citato, pagina 55).

(43).  Si pensi, osserva Bruno, all'orizzonte che ci  fornito  dai
sensi:  al di l di esso sembra non esistere nulla, eppure sappiamo
che  non    cos.  Del resto basta spostare  il  nostro  punto  di
osservazione  perch i sensi ci forniscano un altro orizzonte  che,
come  il  primo,  ci  appare limite estremo.  Il  senso,  senza  la
ragione,  condannato all'"imbecillit ed insufficienza". Confronta
De  l'infinito  universo  et Mondi,  in G.  Bruno,  Infinit  della
natura  e  significato della civilt, a cura di  F.  Papi,  citato,
pagine 61-62.

(44). Ivi, pagina 75.

(45). Ivi, pagina 68.

(46).  Ivi, pagine 73-74. Come  ormai noto, passare dalla  potenza
all'atto  significa trasformarsi in qualcosa che si pu essere,  ma
che  non  si    ancora, e questo non si addice a  Dio,  e  nemmeno
all'infinito universo che  immobile.

(47). Ibidem.

(48). Bruno esprime questo concetto sotto forma di sillogismo:  "Il
primo  efficiente,  se volesse far altro da  quel  che  vuol  fare,
potrebbe far altro che quel che fa; ma non pu voler far altro  che
quel  che  vuol  fare; dunque non pu far altro che quel  che  fa";
oppure: "Il primo efficiente non pu far se non quel che vuol fare;
non  vuol fare se non quel che fa; dunque non pu fare se non  quel
che fa" (ivi, pagine 74-75).

(49). Confronta ivi, pagina 75.

(50). Vedi volume primo, capitolo Dieci, 1, pagina 208.

(51).  Giove fa una lunga rassegna delle costellazioni  e  con  una
ironia  divertente  e talvolta feroce dimostra quanto  ignobilmente
gli  di abbiano "impiegato l'ingegno e il pensiero [...] speso  il
tempo,  l'inchiostro  e la carta": il Corvo  si  trova  a  fare  la
costellazione per non aver portato da bere a gli di che lo avevano
mandato  a  prendere l'acqua; Orione per un semplice  capriccio  di
Nettuno;  il Capricorno per avere insegnato agli di a trasformarsi
in  bestie come unico modo per vincere il Pitone; la Vergine,  che,
per  conservare la sua verginit, non ha trovato luogo  pi  sicuro
del cielo, sta tra il Leone e lo Scorpione che le fanno la guardia;
e  cos via, di costellazione in costellazione. Confronta G. Bruno,
Spaccio de la bestia trionfante, primo, Orazione di Giove, in Opere
di  Giordano Bruno e di Tommaso Campanella, a cura di A. Guzzo e R.
Amerio, Ricciardi, Milano-Napoli, 1956, pagina 492.

(52). Ivi, pagina 498.

(53).  L'accorato appello che Bruno, per bocca di Giove, rivolge  a
quanti  vogliono un profondo rinnovamento morale  qualcosa di  pi
di  un  lungo elenco di vizi: "L'ordine e la maniera di far  questo
riparamento  che prima togliamo da le nostre spalle la grieve soma
d'errori  che ne trattiene; rimoviamo davanti gli nostri  occhi  il
velo de la poca considerazione, che ne impaccia; [...] gettiamo  da
noi tutti quei vani pensieri che ne aggravano [...]. Su, su, o di,
tolgansi dal cielo queste larve, statue, figure, imagini, ritratti,
processi  ed  istorie de nostre avarizie, libidini, furti,  sdegni,
dispetti  ed  onte. [...] Togliemo via dal cielo de l'animo  nostro
l'Orsa  della  difformit, la saetta de la destrazione,  l'Equiloco
[cavallo] de la leggerezza, il Cane de la murmurazione, la Canicola
de l'adulazione. Bandiscasi da noi l'Ercole della violenza, la Lira
della  congiurazione,  il  Boote dell'incostanza,  il  Cefeo  della
durezza.   Lungi  da  noi  il  Drago  dell'invidia,  il  Cigno   de
l'imprudenza, la Cassiopea de la vanit, l'Andromeda de la  desidia
[pigrizia],   il   Perseo   della  vana  sollecitudine.   Scacciamo
l'Ofiucolo  della maldizione, l'Aquila de l'arroganza,  il  Delfino
della   libidine,  il  Cavallo  dell'impacienza,   l'Idra   de   la
concupiscenza.  Togliemo da noi il Ceto [balena] de  l'ingordiggia,
l'Orione  de la fierezza, il Fiume de le superfluitadi, la  Gorgone
de  l'ignoranza, la Lepre del vano timore. Non ne sia oltre  dentro
il  petto  l'Argonave de l'avarizia, la Tazza de  l'insobriet,  la
Libra  de l'iniquit, il Cancro del mal regresso, il Capricorno  de
la  decepzione [inganno]. Non fia che ne s'avince il Scorpio de  la
frode,  il  Centauro  de  la  animale  affezione,  l'Altare  de  la
superstizione,  la  Corona de la superbia, il  Pesce  de  l'indegno
silenzio.  Con questi caggiano gli Gemini de la mala familiaritade,
il  Toro  de la cura di cose basse, l'Ariete de l'inconsiderazione,
il  Leone de la tirannia, l'Aquario de la dissoluzione, la  Vergine
de  l'infruttuosa conversazione, il Sagittario de la detrazione. Se
coss,  o  di, purgheremo la nostra abitazione, se coss renderemo
novo  il  nostro cielo, nove saranno le costellazioni ed  influssi,
nove  l'impressioni, nove fortune; perch da questo mondo superiore
pende  il  tutto,  e  contrari effetti  sono  dipendenti  da  cause
contrarie.  O  felici, o veramente fortunati noi, se  faremo  buona
colonia del nostro animo e pensiero!" (ivi, pagine 498-499).

(54). Vedi volume primo, capitolo Nove, 3, pagine 200-201.

(55).  Michel  Eyquem  de  Montaigne (1533-1592),  testimone  delle
guerre  di  religione  e  della crisi  di  valori  dell'Europa  del
Cinquecento,   approd   a  posizioni  scettiche:      impossibile
raggiungere  verit  e  certezze  definitive.  Montaigne  mise   in
discussione  anche  la  centralit dell'uomo  caratteristica  della
cultura  umanistica  e  rinascimentale  e,  su  questa  linea,   la
centralit  della cultura europea. Bruno, in accordo con  Montaigne
nella  critica al sapere tradizionale e all'enciclopedismo libresco
dei "pedanti", non pu invece condividere il rifiuto della capacit
dell'uomo  e del suo intelletto a farsi il soggetto di un  processo
di rinnovamento e di affermazione della verit e della virt.

(56).  Confronta  Spaccio  de la bestia trionfante,  terzo,  in  G.
Bruno, Infinit della natura e significato della civilt, a cura di
F. Papi, citato, pagine 536-537.

(57). Confronta ivi, pagina 537.

(58). Questo sonetto, come abbiamo visto,  inserito all'inizio del
quarto dialogo della prima parte dei dialoghi De gli eroici furori.
La  vicenda  narrata  quella del giovane cacciatore  Atteone  che,
durante una battuta di caccia, ebbe la sorte di vedere Diana ignuda
e  fu  da questa trasformato in cervo: divenne cos preda dei  suoi
stessi cani che lo assalirono e lo sbranarono.

(59). Vedi volume primo, capitolo Cinque, 5, pagine 93-94.

(60). Bruno illustra questo concetto anche attraverso una serie  di
immagini:  ad esempio quella della farfalla notturna che,  attratta
dalla luce abbagliante, si avvicina ignara alla fiamma da cui verr
arsa.  L'uomo,  mosso  dal  furore  eroico,  ha  un  destino   solo
apparentemente  simile  a  quello della  farfalla,  perch  egli  
consapevole  che  la luce della Verit, il Bene  Supremo,  comporta
dolore  e  pericolo  per  l'individuo  e  sa  anche  che,  rispetto
all'eternit,  il  male individuale non  un vero  male:  "Dimostra
l'amor suo non esser come de la farfalla [...]; ma vien guidato  da
un  sensatissimo e pur troppo oculato furore, che gli fa amare  pi
quel fuoco che altro refrigerio, pi quella piaga che altra sanit,
pi  que'  legami  che altra libertade. Perch questo  male  non  
absolutamente   male   [...].  Perch  questo  male   absolutamente
nell'occhio dell'eternitade  compreso o per bene, o per guida  che
ne  conduce a quello; atteso che questo fuoco  l'ardente desio  de
le  cose  divine,  questa saetta  l'impression  del  raggio  della
beltade della superna luce, questi lacci son le specie del vero che
uniscono  la nostra mente alla prima verit, e le specie  del  bene
che  ne fanno uniti e gionti al Primo e Sommo Bene" (Eroici furori,
terzo,  in Opere di Giordano Bruno e di Tommaso Campanella, citato,
pagina 594).

(61). Ivi, pagina 602.

(62). Vedi volume primo, capitolo Due, 6, pagine 41-42.

(63). Confronta Anassagora, frammento 4.

(64). Anassagora, frammento A 102.

(65). Confronta G. La Porta, Giordano Bruno.Vita e avventure di  un
pericoloso  maestro  del pensiero, Bompiani, Milano,  1991,  pagina
123.

(66). Sugli appellativi usati da Bruno nei confronti dei "sapienti"
confronta  F.  A.  Yates, Giordano Bruno e la tradizione  ermetica,
Laterza, Bari, 1968, pagine 54, 76, 89, 110.

(67).  Confronta K. R. Popper, Tre punti di vista sulla  conoscenza
umana, in Filosofia e scienza, Einaudi, Torino, 1969.

(68). Anche se la lettera con la proposta di Osiander e quella  con
la  risposta  negativa di Copernico, dell'estate 1540, sono  andate
perdute,  non  ci  sono  dubbi  sull'esistenza  di  questo  scambio
epistolare. Confronta F. Barone, Introduzione al De rivolutionibus,
in N. Copernico, Opere, citato, pagine 157-161.

(69).  Osiander,  tra  l'altro, sostiene che: "E'  infatti  proprio
dell'astronomo prima registrare la storia dei moti celesti mediante
osservazioni abili e accurate; quindi escogitare e supporre le loro
cause,  ossia  certe ipotesi, in un modo qualsiasi,  non  potendole
dimostrare  in alcun modo come vere. [...] Non  infatti necessario
che  quelle  ipotesi siano vere, anzi neppure che siano verosimili,
ma  basta  solo che mostrino il calcolo in armonia con  i  fenomeni
osservati" (ivi, pagina 165).

(70).  Nel  terzo dialogo della Cena delle Ceneri   definito  cos
l'anonimo    estensore    dell'Epistola   superliminare    al    De
rivolutionibus, accusato di svolgere in maniera pessima il ruolo di
"portinaio"  che  si    assunto rispetto all'opera  di  Copernico:
anzich "aprire la porta" a quella "onoratissima" cognizione, opera
un  vero  e  proprio tradimento del padrone di casa. Copernico  non
solo ha affermato, nella sua opera, che la Terra si muove, ma lo ha
confermato  e ribadito nella lettera di dedica a papa Paolo  terzo.
Del resto basta leggere il primo libro della sua opera per rendersi
conto che egli, da matematico, suppone il moto della Terra, ma  che
anche, da fisico, lo dimostra.

(71).  La  Citt del ; di fra' Thomasso Campanella cio dialogo  di
Republica  nella quale si disegna l'idea di riforma della republica
Cristiana  conforme alla promessa da Dio fatta alle Sante Catherina
et  Brigida. Questo il lungo titolo che  premesso alla stesura del
1602. Si noti che Campanella sostituisce nel testo alla parola Sole
-  cos  come  al  nome degli altri pianeti, delle costellazioni  e
delle loro relazioni - il relativo simbolo astrologico. L'opera  fu
scritta  in  volgare  nel 1602, riscritta nel 1611;  nel  1623  una
redazione  in  latino  fu pubblicata a Francoforte  ed  ebbe  tanta
fortuna  che  anche le prime edizioni in italiano  dell'opera  sono
traduzioni del testo latino. L'opera ha la forma del dialogo tra un
Ospitalario,  cio  un  Cavaliere  dell'Ordine  di  Malta,   e   un
ammiraglio  genovese che aveva navigato anche con  Colombo.  Questi
descrive  all'interlocutore la Citt del Sole, che  aveva  visitato
durante una sosta forzata in uno dei suoi tanti viaggi in tutto  il
mondo.

(72).  "Tutte  cose  son communi; ma stan in man  di  offiziali  le
dispense,  onde non solo il vitto, ma le scienze e onori  e  spassi
son  communi, ma in maniera che non si pu appropriare alcuna cosa.
Dicono  essi che tutta la propriet nasce da far casa appartata,  e
figli e moglie propria, onde nasce l'amor proprio; che per sublimar
a ricchezza o a dignit il figlio o lasciarlo erede, ognuno diventa
o  rapace  pubblico, se non ha timore, sendo potente;  o  avaro  ed
insidioso  ed  ippocrita, si  impotente. Ma quando perdono  l'amor
proprio  resta il commune solo". Quando l'Ospitalario  osserva  che
allora in quella societ sar impossibile l'amicizia "perch non si
fan  piacere  l'un l'altro", il genovese afferma che  anzi  essa  
grandissima,  "perch    bello a vedere che  tra  loro  non  ponno
donarsi   cosa   alcuna,  perch  tutto  hanno  del  commune"   (T.
Campanella,  La  Citt  del  Sole,  a  cura  di  D.Scala,  Demetra-
Acquarelli,  Sommacampagna  [Verona], 1993,  pagine  22-24.  Questa
edizione riporta, accanto alla stesura di Campanella del 1602,  una
riscrittura  in  italiano corrente, che  ne  rende  pi  facile  la
comprensione,  e le varianti apportate nella redazione  latina  del
1623).

(73).  C'  stata, soprattutto nel secolo scorso,  una  tendenza  a
interpretare  l'opera di Campanella addirittura quale anticipatrice
delle    idee   e   della   societ   socialista.   Contro   questa
interpretazione  si  schiera B. Croce in  Materialismo  storico  ed
economia marxistica, Laterza, Bari, 1951, pagine 177-223.

(74).  Di  quest'opera ci  nota la redazione  latina,  stampata  a
Parigi  nel  1638,  ma  si  ha notizia  di  ben  quattro  redazioni
precedenti.

(75). Confronta T. Campanella, Metaphysica, diciassettesimo, 2, 41,
in  Opere di Giordano Bruno e di Tommaso Campanella, citato, pagine
1168-1173.

(76). Ivi, diciassettesimo, 4, 1, pagina1175.

(77). Ivi, diciassettesimo, 7, 4, pagine 1178-1185.

(78). Ivi, diciassettesimo, 8, 2, pagina 1187.

(79). Il titolo completo  una citazione dal Salmo ventunesimo, 28:
Frammento Thomae Campanellae Stylensis, Ordinis Praedicatorum, Quod
reminiscentur  et  convertentur ad Dominum  universi  fines  Terrae
("Tommaso   Campanella  Stilese  [nato  a  Stilo,   in   Calabria],
dell'Ordine   dei   Predicatori,  Che   si   rammenteranno   e   si
convertiranno  al Signore tutti i paesi della Terra").  L'opera  fu
conclusa nel 1618.

(80).  Nella  prima  quartina  di  un  celebre  sonetto  Campanella
illustra  questo  suo  obiettivo: "Io nacqui a  debellar  tre  mali
estremi:  /  tirannide, sofismi, ipocrisia; / ond'or m'accorgo  con
quanta  armonia  /  Possanza, Senno, Amor  m'insegn  Temi"  (Delle
radici  de'  gran mali del mondo, in Opere di Giordano Bruno  e  di
Tommaso  Campanella,  citato, pagina 793).  Temi,  come  scrive  lo
stesso  Campanella a commento della sua poesia,  "  la  dea  della
giustizia che dava gli oracoli in Grecia, [...] e si piglia per  la
Sapienza divina".

(81).  "Il mondo  il libro dove il Senno eterno / scrisse i propri
concetti,  e  vivo  tempio /dove, pingendo i  gesti  e  'l  proprio
esempio  /  di  statue vive orn l'imo e il supremo; //  perch'ogni
spirto  qui  l'arte  e 'l governo / leggere e contemplar,  per  non
farsi  empio, / debba e dir possa: - Io l'universo adempio,  /  Dio
contemplando  a  tutte cose interno -. // Ma noi, strette  alme  a'
libri  e  tempii  morti, copati dal vivo con  pi  errori,  /  gli
anteponghiamo  a  magistero  tale. // O  pene,  del  fallir  fatene
accorti,  / liti, ignoranze, fatiche e dolori: / deh torniamo,  per
Dio,  all'originale!"  (Modo di filosofare, in  Opere  di  Giordano
Bruno e di Tommaso Campanella, citato, pagina 791).

(82).  Thomae Campanellae calabri, Ordinis Praedicatorum,  Apologia
pro  Galileo, Mathematico florentino, ubi disquiritur, utrum  ratio
philosophandi,  quam Galilaeus celebrat, faveat Sacris  scripturis,
an  adversetur  ("Tommaso  Campanella  calabrese,  dell'Ordine  dei
Predicatori,  Apologia  per  Galileo, astronomo  fiorentino,  nella
quale  si ricerca se la filosofia sostenuta da Galileo sia conforme
o contraria alla Sacra Scrittura").

(83).  T.  Campanella, Apologia pro Galilaeo,  Prove  della  quarta
massima,  in  Opere  di  Giordano Bruno e  di  Tommaso  Campanella,
citato, pagine 1257.
